Ho una carriera da lettore?

Lo so che nell’immaginario comune lo scrittore è visto come un topo da libreria, uno che divora libri e spazia tra i generi letterari, uno in possesso di una cultura invidiabile in grado di sciorinare citazioni al momento giusto.

Sarà anche questo il motivo per cui mi spaventa la definizione di scrittore.

Il mio rapporto con la lettura non è stato sempre intenso ed appassionato come lo è oggi.

Anzi, direi tutt’altro!

Da piccolo sono cresciuto con un pallone e un videogame e di tanto in tanto rubando il Topolino a mio fratello. Anche a scuola spesso eludevo le materie umanistiche a favore di quelle scientifiche. Poi ho cominciato a leggere in maniera sporadica e solo per pura curiosità i gialli di Agatha Christie. Ero in piena adolescenza e la mia turbolenza impediva alla scintilla dell’amore per la lettura di scoccare.

È arrivata l’università e agli inviti a leggere qualche libro rispondevo che ne leggevo già troppi per motivi di studio. Se ci penso oggi, l’unico rammarico è aver sprecato troppo tempo, avrei potuto leggere tanto.

È stato dopo la laurea che mi sono convinto a intraprendere la lettura allo scopo di calmare la mia costante iperattività almeno prima di addormentarmi.

Sono un lettore “giovane” e in quanto tale ammetto le mie molte lacune letterarie che però sto man mano colmando.

Da economista ho cominciato dai financial thriller, ricordo ancora la splendida collana di 8 libri che Il sole 24 ore regalava con il quotidiano. Finiti in meno di una settimana. Da lì partì la ricerca di titoli di genere non senza difficoltà data la nicchia di mercato.

Faccio una piccola parentesi per dirvi che il mio prossimo libro, in fase di stesura, andrà ad arricchire quella nicchia di letteratura ma come ho cercato di fare con L’ultimo sorriso, lasciando il mondo del calcio sullo sfondo della vicenda, anche in “On the edge of precipice” – Sull’orlo del precipizio – vi racconterò una storia, anzi più storie, che si intrecceranno sullo sfondo della grande crisi finanziaria del 2007-2008, ma senza renderla protagonista. Cerco di lanciare un messaggio, la mia idea, racconto una storia.

Ma bando alle digressioni, dicevamo delle mie letture. Quando si comincia a leggere con assiduità inevitabilmente ci si ritrova a parlare di libri, di generi, di consigli e da lì ho cominciato a spaziare leggendo testi di ogni tipo, dalle nuove uscite ai cosiddetti neoclassici.

Quando poi ho iniziato a scrivere anche il mio modo di leggere è cambiato. Ho cominciato a prestare più attenzione a cosa leggo, ma soprattutto è cambiato il mio modo di analizzare il libro che mi sta davanti.

Non è sempre una cosa positiva, perché spesso mi accorgo di leggere pensando a come l’autore abbia strutturato il romanzo, alle parole che utilizza, agli incipit e ai colpi di scena, ai personaggi e alle ambientazioni. Tutto questo fa sì che io continui a imparare, certo, ma non mi fa godere a pieno di quel viaggio che ogni storia regala.

Casa mia è diventata una specie di libreria mobile, le mie letture sono cadenzate dalla stanza in cui decido di passare del tempo. Quindi capita di stare seduto sul divano in salotto e lì trovo Paul Auster ad attendermi con il suo 4321. Se sono in cucina mentre aspetto di cenare leggo La camera azzurra di Simenon, quando vado a dormire sul comodino ho La simmetria dei desideri di Eshkol Nevo. L’unica stanza che ha una vera libreria ma in cui non leggo è il mio studio, perché quando entro lì lo faccio solo ed esclusivamente per scrivere.

Oggi sono geloso della mia libreria, rigorosamente cartacea. Lo so che la cultura va diffusa, ma io riesco a prestare i miei libri solo a chi so che ne avrà la mia stessa cura.

Del resto che mondo sarebbe senza ossessioni?

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