Cime rosa

Le cime candide del monte Livrio attendevano immobili le centinaia di ruote che, in un fresco pomeriggio di maggio, stavano per emozionare migliaia di persone assiepate lungo tutto il passo dello Stelvio dalle prime ore del mattino.

Era l’ultima tappa, prima della passerella su Milano, di un Giro d’Italia mai così combattuto, Erik Svensson era secondo in classifica generale e i secondi che lo dividevano dal “Rosa” erano solo trentacinque. Se lo ripeteva ininterrottamente dalla sera precedente, un pensiero fisso, come quella carie all’ultimo molare che gli ricordava continuamente il dolore e la forza che gli sarebbe servita in questa tappa così decisiva.

Il gruppo aveva lasciato Madesimo in silenzio, quel silenzio misto di calma e tensione che solo tappe così dure e altrettanto decisive potevano infondere. Gli occhi erano tutti puntati su quei due colori di maglia, la Rosa che guidava il gruppo – protetto dai suoi compagni – e le azzurre della squadra di Svensson, scortato come un Presidente, uno di quelli che dividono la folla al loro passaggio.

Erik era nel mezzo, con le gambe indurite dai chilometri dei giorni precedenti e la paura che quella volta lo potessero abbandonare nello sforzo che stava per chiedere loro.

La strada cominciò a salire e sentì uno per uno gli incitamenti della folla: “Vai Erik!”, “Scappa Erik”, “Il giro è tuo”, “Adesso!”. Erik si voltò verso un suo compagno di squadra e gli chiese: «What’s ADESSO?»

«Now!»

Quella parola gli rimbombò in testa come un palpito, come i battiti che controllava sul cardiofrequenzimetro. Il gruppo si era sfaldato non appena la strada aveva cominciato a salire. Dei quarantotto tornanti che portano alla “Cima Coppi”, trentatré erano alle spalle, la maglia Rosa era davanti a lui di soli dieci metri, avvertì un brivido. “Adesso”. Osservò i suoi compagni attorno, avevano il volto segnato dalla stanchezza e ad ogni pedalata una smorfia ne alterava i tratti. “Adesso”. Uno sguardo in sù, i timidi raggi di sole sembravano colorare di rosa il riflesso sulla neve. “Adesso”. Uno sguardo indietro, il vuoto. “Adesso”. Il vuoto nello stomaco, “Adesso”.

Si alzò sui pedali, una pedalata più dura fece inclinare la bici avvicinandosi talmente al suo compagno di squadra che gli si impigliò il calzino al tamburo dei freni della ruota anteriore. Con la pedalata successiva ritrovò l’equilibrio lacerandolo, vide il suo compagno sbandare e poi rimettersi su, le gambe trottarono potenti e la bici sembrava un metronomo a misura della sua velocità. Affiancò la maglia Rosa e la sopravanzò con leggerezza, le pedalate potenti, una dopo l’altra, non si voltò a guardare indietro, sentì solo il calore della folla che si strinse sempre più a lui in un misto di urla e inneggiamenti. L’aria fredda a circa 2600 mt di altezza gli trafiggeva i polmoni come una spada. Quando vide la sua ammiraglia affiancarlo si rese conto di aver fatto il vuoto dietro di sé e si sentì ancor più leggero. Il traguardo era lì dietro l’ultimo tornante, non aveva che da sollevare le braccia al cielo e andarsi a prendere il “Rosa” meritato.

Stava ancora festeggiando con i compagni sui divani dell’hotel, la maglia rosa indosso, quando arrivò il responsabile della sua squadra con il volto funereo.

«Cos’è quella faccia? Unisciti a noi!» Gli disse Erik.

«Devo parlarti, in privato.»

Si allontanarono dal gruppo e Erik esordì: «Che succede? Mi spaventi!»

«Devo darti una cattiva notizia. Stasera sarai squalificato dal giro.»

«Ma che stai dicendo? L’ho appena vinto, il giro!»

«Sei risultato positivo al controllo dell’antidoping.»

«Ma… Ma è impossibile!»

«Il medicinale per il tuo mal di denti. Era tra le sostanze vietate.»

«E il medico lo scopre solo ora?»

«Non so che dirti, credimi. Andremo a fondo di questa storia.»

La neve ghiacciata scricchiolava rumorosamente sotto le scarpe di Erik che correva verso il medico della squadra a una velocità degna della sua migliore volata e, prima ancora che questi riuscisse a pronunciare il suo nome per intero, le nocche ruvide del ciclista gli rovinarono sulla mandibola con tutta la forza rabbiosa facendolo rotolare all’indietro sulla neve; il rivolo di sangue che fuoriusciva dal labbro trasformò in porpora quella vetta che fino a poco fa era rosa. 

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